Per amore, lo farò.

Isabella proprio non ci riusciva. Per quanto si sforzasse di tenere a mente gli ingredienti e le dosi, perfino trascrivendoli accuratamente sul quadernetto nero che aveva comprato apposta, sbagliava sempre.  Con il risultato che marito e figlio smadonnavano ogni sera.
Il momento della cena, infatti, era quello più critico di tutta la giornata. Quando Isabella annunciava che era pronto, le facce si facevano improvvisamente cupe, si spegneva la TV e in cucina scendeva un silenzio pesante quanto il piombo. Isabella aspettava il responso trattenendo il fiato e con il cuore in tumulto. Purtroppo, mai una volta che andasse bene. Mai una volta che non si sentisse apostrofare: “manca il sale”, “è bruciato”, “ma che cavolo ci hai messo?”, “come cavolo l’hai condito?” e così via.
Certo che era una situazione assurda. Proprio lei, una donna che amava tenere in ordine tutto ciò faceva e pensava! Anche quando doveva rammaricarsi, all’ora di cena, la sua intima protesta si articolava secondo uno schema preciso. In definitiva quei due pretendevano troppo da lei che – avrebbe dovuto ricordarglielo – doveva occuparsi di centomila cose dal momento in cui si svegliava a quello in cui andava di nuovo a dormire. O almeno a provarci.
Ma, per una strana fatalità, non c’era verso di riuscire a essere altrettanto precisa e schematica in cucina, mettendo in fila per esempio aglio, olio, sale, pomodori pelati, basilico e spaghetti, in quantità appropriate e con il necessario controllo dei corretti tempi di cottura. Era una sorta di idiosincrasia culinaria che però tutte le amiche le avevano annunciato sarebbe passata: con il tempo le cose sarebbero migliorate, l’avevano tranquillizzata.
Invece, a mano a mano che il figlio cresceva, diventando così più esigente, la situazione peggiorava.
Aveva provato di tutto. Ad esempio aveva speso un patrimonio in raccolte di ricette lasciando che finissero in breve tempo in bella mostra nella libreria del salotto, rassegnandosi ad assistere all’inevitabile ingiallimento della carta. Poi aveva optato per la frequentazione di corsi di cucina, quelli organizzati alla buona e senza troppe pretese in parrocchia, sperando di apprendere le tecniche più elementari. Neanche questo funzionò. Infine aveva provato a prendere il toro per le corna, assumendo una governante-cuoca a mezzo servizio, accettando di fare salti mortali per arrivare a fine mese con lo stipendio. Ne trovò una ungherese. Educata, brava, pulita, ordinata. Ma dopo il quinto giorno di fila di gulash a cena, i due esigenti maschietti della sua vita avevano ricominciato a rompere di nuovo. Così aveva rinunciato anche a quella.
Mesi e mesi sprecati in vani tentativi di risolvere la situazione!
Disperata, aveva anche provato a chiamare sua madre, se non altro per sfogarsi. Ma ogni volta le sembrava di parlare ad un muro. Sua madre, infatti, non perdeva occasione di portare ad esempio se stessa, in senso negativo, per lo stato di abbandono in cui versava. Neanche lei era stata, infatti, una brava cuoca ma – usava ripetere – almeno era giustificata dall’aver votato la vita alla carriera, essendo stata un notaio, maritata ad un giudice, e dall’aver vissuto per più di trent’anni servita e riverita, da una cuoca e da una governante. E qui si esauriva tutto il supporto affettivo che la vecchia mezza rimbambita riusciva a darle, perché poi attaccava con la solita storia che alla morte di suo marito, il papà di Isabella, le cose erano cambiate drasticamente. Poi, immancabilmente, il lungo monologo scivolava sul ruolo che lei stessa aveva avuto nel continuare a spronarla perché si laureasse in lingue e infine sposasse quel santo, quel bravo ragazzo, di Michele. A quel punto Isabella inventava una scusa per interrompere la “conversazione”. Sarebbero passati mesi, prima che le tornasse la voglia di richiamarla.
Be’, che Michele fosse stato un bravo ragazzo, era fuori discussione. Ma lo era stato solo per i primi anni di fidanzamento e di matrimonio. Anni in cui nessuno dei due dava alcuna importanza ai sapori che Isabella riusciva a incasinare in cucina. Perché allora vivevano d’amore e bastavano a se stessi. Ma quando la poesia svanì, subito dopo la nascita di Francesco, l’unico figlio, Michele aveva cominciato a criticarla in tutti i modi, giungendo alla fine a stroncarla quotidianamente per la sua imperizia in cucina e a trascurarla sempre di più come donna.
Una sera, Isabella proprio non ne potette più di sentirsi insultata.
Non solo quello stronzetto di suo figlio aveva spalleggiato il papà nel disprezzare le tagliatelle al ragù che aveva preparato ma le avevano detto in coro quanto stesse diventando inutile e stupida, per non essere capace di imparare a cucinare un piatto di pasta che fosse almeno commestibile. Quella sera per poco non volarono i piatti e Isabella preferì ritirarsi, scappando via e chiudendosi in bagno a piangere.
Fu la sera della svolta. L’indomani non sarebbe andata a lavorare. Avrebbe impiegato la giornata a trovare una soluzione definitiva, non tanto per accontentare quei due maschilisti ma per togliersi la soddisfazione di dimostrare chi fosse.
Il giorno dopo, al telefono, di prima mattina, quasi mandò a quel paese il suo capo che la implorava di non prendersi il giorno libero. Isabella non cedette di un millimetro. Più tardi andò a trovare un’amica, Roberta, invocando il suo aiuto. E Roberta fece il miracolo perché si ricordò di un ristorantino, dove era stata con il marito e degli amici, che effettuava servizio a domicilio su prenotazione in tutto il territorio del comune di Roma. In pochi minuti erano al ristorante a colloquio con il titolare. Il contratto fu stipulato in quattro e quattr’otto. Isabella avrebbe inviato via mail il menu della settimana e ogni sera, prima che la famiglia si potesse riunire, avrebbe ricevuto la consegna della comanda. Anche il problema del giorno di riposo settimanale, il giovedì, e della domenica, quando la consegna sarebbe stata anticipata all’ora di pranzo, era stato brillantemente risolto. Con il pagamento di un extra, infatti, Isabella si era assicurata la piena copertura dell’intera settimana. Le sarebbe costato una cifra, ma pagando in contanti, Michele non ci avrebbe fatto caso, tanto era preso da se stesso e dal lavoro.
In poche settimane la vita di Isabella e della sua famigliola cambiò completamente. Tornò improvvisamente il buonumore e perfino i primi sprazzi di felicità. A tavola risa e scherzi si alternavano ai complimenti che le venivano rivolti, in misura e con un’intensità sempre crescente. Francesco riprese ad abbracciare la sua mamma almeno due volte al giorno: la mattina quando la vedeva uscire per andare al lavoro e ogni sera quando lui tornava dal tempo pieno. Perfino Michele riprese a guardarla con altri occhi e in breve tornò anche a desiderarla. Isabella imparò perfino a sopportare i soliloqui di sua madre, sorprendendosi anche di riuscire a comprenderla un po’ di più, giungendo infine a giudicarla, tutto sommato, una tenera vecchietta un po’ sopra le righe. Anche la giornata lavorativa cambiò perché Isabella cominciò a trovare simpatiche le insistenti avances dei colleghi e, soprattutto, a gestire la frenesia del suo capo con una certa filosofia, non perdendo mai il sorriso.
Andò avanti per mesi e a soli trentasei anni, Isabella si sentiva realizzata, sicura di sé. Era aumentata considerevolmente la sua autostima, sentendosi in grado di poter affrontare qualunque evenienza con il piglio della madre e della moglie capace, intelligente, forte e dolce al tempo stesso. Nulla, avrebbe potuto infrangere il bellissimo sogno che stava vivendo perché l’amore era tornato da lei e in casa sua.
Fu solo l’avvento della crisi economica che era scoppiata ovunque nel mondo, ad attentare a quel perfetto equilibrio che Isabella aveva faticato tanto a costruire. Le spese aumentavano considerevolmente e i suoi risparmi si assottigliavano sempre di più. Il direttore della banca cominciava a chiamarla sempre più spesso, chiedendole di pareggiare le scoperture di conto che inevitabilmente era costretta a fare ogni mese per pagare il servizio a domicilio e per tutte le altre spese. D’altra parte non avrebbe potuto confidarsi con suo marito, pena la distruzione dell’armonia conquistata.
Ne parlò con Roberta, ancora una volta. E quella candidamente le confessò che lei, per non avere problemi economici e per concedersi qualche lusso, da tempo faceva una doppia vita, recandosi saltuariamente in casa di una donna di mezza età che chiamavano “Badessa”, la quale reclutava casalinghe e donne apparentemente irreprensibili per incontri a luci rosse, prevalentemente con manager e forestieri. In fondo era anche divertente, aveva sottolineato. E comunque, con un impegno di poche ore nel corso di una settimana, lei riusciva a tirare su anche mille euro. Anche se lo scopo, quello di mantenere la felice atmosfera in famiglia, era nobile, la soluzione prospettata da Roberta non sembrava convincente. Ma all’ennesima telefonata della banca, prese il coraggio a due mani e si recò a casa della Badessa che l’accolse con cortesia e premura, spiegandole, con un atteggiamento molto materno, che non avrebbe dovuto vergognarsi, perché i tempi erano davvero duri. Ma Isabella non andò oltre il primo appuntamento, fissato con un omone tedesco, che puzzava di birra e sudore, dalla cui bramosia scappò immediatamente non consentendogli nemmeno di sfiorarla.
Per un po’ si arrangiò, anche perché il ristoratore accettò di farle credito ma poi cominciò a farsi insistente costringendola a ricorrere all’anticipo sulla liquidazione e ad un piccolo prestito ottenuto da una finanziaria a tassi quasi da usura, con cui tamponò la situazione per circa un anno. Vedere suo marito e suo figlio a tavola, mangiare di gusto, felici, disposti a scherzare e a prendersi in giro, premurosi nei suoi confronti e così attenti a dimostrarle la loro riconoscenza, la ripagava di ogni sacrificio e di ogni pena che si portava, segretamente, nel cuore.
Le vicissitudini di Isabella non erano però finite. Una brutta sera, autunnale, buia, fredda e piovosa, Michele tornò a casa e fece un annuncio terrificante: l’azienda era fallita e lui non aveva più il lavoro. Ma si affrettò a rassicurare Isabella e Francesco che aveva già trovato, con un collega nelle medesime condizioni, una via d’uscita: avrebbero continuato a lavorare nello stesso settore, diventando consulenti. Solo che quel progetto richiedeva un investimento iniziale che Michele non era in grado di fare poiché non sapeva se, e quando, l’azienda gli avrebbe pagato il trattamento di fine rapporto e le indennità previste dal licenziamento. Tuttavia, attingendo ai risparmi di Isabella e magari sottoscrivendo lei dei prestiti o richiedendo degli anticipi alla sua azienda, ce l’avrebbe potuta fare.
Ciò che accadde dopo poteva essere solo paragonato a un terremoto dai gradi Richter a fondo scala. Il castello di omertà, segreti e bugie di Isabella fu raso al suolo. Confessò tutto, lasciando Michele e Francesco, che ormai era in grado di capire tutto nonostante fosse solo undicenne, a bocca aperta. I momenti successivi alla sua confessione furono drammatici e anzi la pietanza che ancora fumante giaceva nei piatti in tavola, divenne l’iconografia di quel terremoto: i mucchietti di risotto ai funghi sembravano proprio le macerie che travolgono e schiacciano, impedendo anche il più piccolo movimento, e il vapore che ne saliva, pareva proprio la polvere che si levava alta in cielo e oscurava perfino il sole.
Nei tre giorni successivi piovve a tratti e le nuvole rimasero minacciose, ingrigendo il cielo, quasi a voler offrire la cornice più appropriata a quanto stesse accadendo a Isabella, Michele e Francesco, che facevano di tutto per evitarsi, per non incontrarsi, per non incrociare gli sguardi. Michele aveva dormito sul divano per tutte le notti di quei giorni e Isabella aveva spesso pianto sommessamente, nel grande letto, in solitudine, rimproverandosi di aver esagerato con gli stratagemmi e i sotterfugi, anche se con il  lodevole scopo di voler riportare la felicità in casa.
Venne il sabato mattina, che in altre circostanze sarebbe stata una giornata all’insegna del relax ma che per tutti, in quella casa, rappresentava una sorta di castigo giacché avrebbero dovuto trascorrere quella giornata e la successiva senza possibilità di scansarsi o nascondersi. La spesa, le faccende, il pranzo o la cena, richiedevano comunque un qualche tipo di collaborazione. Isabella si stava già ponendo il problema di come passare indenne attraverso il week end, mentre apriva la finestra e lasciava che il tiepido sole illuminasse la camera da letto. Rimase a guardare fuori per una manciata di secondi, fino a quando le parve di avvertire una presenza alle sue spalle.
Si voltò di scatto ma non vide nessuno. Invece, notò che sul comò qualcuno aveva depositato un vassoio, con una tazzina di caffè che stava diffondendo nella stanza il fragrante profumo. Accanto alla tazzina, un foglio, ripiegato in due. Lo prese, lo aprì e, con il cuore in gola, lesse:
“Non ho trovato fiori, amore. Ma fai finta che ci siano. E comunque su questo vassoio c’è il mio cuore. Grazie, amore mio. E perdonami. I miei comportamenti sono stati inqualificabili. Ti sei dovuta fare carico di tutto e lo hai fatto solo per farci stare meglio. L’armonia che hai voluto portare tra di noi non ha prezzo, e non solo per le leccornie che ci hai fatto degustare! Fino a quando non risolverò la mia situazione, mi occuperò io della casa e cucinerò. Sì, imparerò a farlo per te. E tu, d’ora innanzi, non dovrai più preoccuparti di nulla. Ti amo. Il Tuo Michele.”
Un attimo dopo, mentre le lacrime scendevano copiose sulle guance, Isabella vide comparire sulla porta Michele e il piccolo Francesco che la guardavano, sorridenti. Si slanciò verso di loro e li abbracciò, forte, lasciandosi scuotere il petto, una volta per tutte, dal pianto e dalla commozione.
L’amore era ritornato in casa di Isabella.

47 risposte a "Per amore, lo farò."

  1. Per fortuna so cucinare benissimo, i miei tre uomini famelici non si sono mai lamentati :). Nella realtà purtroppo le cose il più delle volte vanno diversamente.
    Quante donne non comprese dai loro compagni incapaci di “captare” le loro frustrazioni, i momenti di tristezza, le preoccupazioni che a volte le attanagliano ma che tengono accuratamente celate, pur di non destabilizzare la famiglia; e quanti uomini costretti a sfoderare un sorriso davanti a una cena così così, dopo una giornata carica di impegno, di lotte, di “bocconi” amari da mandar giù, di persone con cui farebbero volentieri a meno di aver a che fare, di capi arroganti, compromessi ecc ecc, pur di mantenere l’equilibrio…
    Molto spesso invece ognuno si chiude nel mutismo, rimuginando sulle solite cose in gran parte irrisolvibili, chiusi nel silenzio del loro cuore. lui davanti alla tv apparentemente preso da un film o dallo sport preferito; lei al telefono con l’amica, la mamma, la sorella; oppure in un’altra stanza davanti al computer, o in compagnia di un libro. Basterebbe che si tendano la mano, che l’uno appoggi la testa sulla spalla dell’altra, che si parli senza censure di tutto ciò che passa per la testa, invece di allontanarsi sempre più… ma non lo fanno, si sono dimenticati, non sanno nemmeno più come si fa a essere vicini nella buona e nella cattiva sorte.
    Desolante e cinico quadretto, mi rendo conto. Ma il tuo bellissimo racconto rallegra lo spirito, fa sperare e ha il sapore di una fiaba…

    Piace a 1 persona

    1. Felice di saperlo… Allora alla prima occasione… Scherzi a parte… Grazie per il tuo profondo contributo, che ritengo una chiave di lettura arguta e profonda. Metto in evidenza, se mi permetti, la tua frase: “basterebbe che si tendano la mano”… ecco, spesso basta davvero poco per uscire da situazioni che appaiono insormontabili. Con un po’ di buona volontà e con amore, si potrebbe evitare di relegarsi ciascuno nel proprio “eremo”, che sia tv, pc o altro. Sì, una fiaba che vorrei veder tramutata in realtà sempre più di frequente. Grazie per i complimenti. Un abbraccio. Piero

      Piace a 1 persona

      1. Le cose più semplici da fare, chissà perchè, sono diventate le più difficili da attuare. Anch’io spero di vedere questa fiaba tramutarsi in realtà, ed è per questo che vado in giro sempre con gli occhi ben aperti e i sensi in allerta… così, ogni volta che ne scorgo qualcuna posso continuare a sperare 🙂 Grazie a te Piero, quel che scrivi arriva sempre dove tu speri possa arrivare: dritta dritta nell’anima. Ricambio l’abbraccio

        Piace a 1 persona

  2. Dunque, dunque mi chiamo Isabella e mio padre non l’ho più ahimè da parecchi anni. Quindi qualcosa in comune con la tua Isabella ce l’ho. Ma a differenza di lei so cucinare e mio marito non è pretenzioso, per fortuna. Mio figlio è sempre stato di bocca buona e goloso.A volte si è lamentato ma ora che mangia da noi qualche volta è sempre tutto buono. Meno male ti pare?. La fine della storia è romanticamente : bella. Un abbraccio. Isabella

    Piace a 1 persona

    1. Isabella cara. Grazie per prestarmi il tuo bellissimo nome. Credo che con la mia Isabella tu abbia in comune una dolcezza e una sensibilità poco comuni. In quanto alla tua abilità di cuoca, non potevo avere dubbi. Un sorriso e un abbraccio. Piero

      Mi piace

      1. Grazie per le gentili parole usate nei miei confronti. Ma debbo dire che dai tuoi racconti emerge anche da parte tua una sensibilità non indifferente. Ecco perchè dopo averti scoperto ti seguo con piacere. Ciao. Isabella

        Piace a 1 persona

  3. Bel post Pietro, mi è piaciuto molto! Il rifiuto da parte di lei della strada più facile. La comprensione del marito che in un momento di crisi ha deciso di starle vicino, cosa di certo non semplice. Bello!

    Piace a 1 persona

    1. Grazie Dora… La tua approvazione è per me lusinghiera. Ormai credo di aver svelato quel lato fiabesco dell’intesa uomo-donna e dell’amore in una coppia che coltivo. E sono felice quando viene riconosciuto. Grazie ancora. Ciao, Piero

      Mi piace

  4. Ecco che viene fuori l’estro del narratore… chapeau! solita storia che si legge col sorriso sulle labbra e la mente attenta a dove King Piero vuole condurti. E mi trovo ad anticipare lo scenario che lui ha già pensato, per arrivare alla fine e capire che…non avevo capito. E’ un gioco che mi trovo a fare spesso inconsciamente coi tuoi racconti amico mio. Ma farne una raccolta da pubblicare no? 😉
    Un abbraccione!

    Piace a 2 people

    1. Di King avrò al massimo il Kong… Sei tu sua Maestà il narratore… E non per piaggeria… D’altro canto dovendomi confrontare con il tuo talento, io provo a creare qualcosa che ti possa depistare… Ma non credo di riuscirci… sei troppo astuto! Eh Eh… Grazie amico mio. Un tuo giudizio positivo è un incoraggiamento entusiasmante. Pubblicare? Be’ ho un altro progetto in completamento. Chissà… Un abbraccio forte Mon Amie Le Roi!

      Piace a 1 persona

        1. Magari amico mio… Ciò vorrebbe dire successo, successo vorrebbe dire soldi, soldi vorrebbero dire Caraibi… Caraibi con amici e compagne… cellulari e computer dimenticati… birra a volontà… E anche un mucchio di altre cose, a volontà… ahaha Ciao Amico Mio. Un abbraccio.

          Piace a 1 persona

    1. Perfino una mia amica russa, psicologa, diceva che agli uomini devi riempire la pancia e riscaldare i piedi… ahaha Non saprei, forse non è matematico ma è di certo un sistema efficace. Grazie! Ciao. Piero

      Piace a 1 persona

  5. Per il momento ho letto l’inizio e la fine. Domani leggerò il resto, e se immagino come possa proseguire il racconto penso ad un forte litigio tra Isabella ed il marito che scaturisce in un periodo di separazione ed è proprio in questo tempo di solitudini che succede qualcosa dentro i cuori del figlio e marito di Isabella; forse capiscono che è l’amore quell ingrediente speciale che mancava nei loro cuori.

    Piace a 1 persona

I commenti sono chiusi.